“I Falò dell’autunno” di Irène Némirovsky

“I Falò dell’autunno” di Irène Némirovsky

Un libro è sempre un dono gradito 

Care amiche lettrici, cari amici lettori,

oggi, sempre in occasione dell’iniziativa creata su Instagram da @manumomelibri, “La domenica Adelphi”, ho deciso di proporvi la recensione dell’ultimo libro che ho letto, “ I Falò dell’autunno”.  Si tratta di un altro volume di Iréne Némirovsky, ricevuto in dono per il mio compleanno da @paoelimao. Grazie, i libri sono sempre un regalo gradito, specialmente se si tratta delle splendide edizioni Adelphi.

Ne “I falò dell’autunno”, la Némirovsky affronta la difficoltà di un reduce di tornare a una vita “mediocre”

Con questo romanzo, scritto nel 1942 “quando nessun giornale, nemmeno Gringoire, vuole più assumersi il rischio di pubblicarla”, come leggiamo nella postfazione a cura di Olivier Philipponat, la Némirovsky confeziona per i suoi lettori un racconto incentrato sulla figura di un reduce, un poilu, della Grande Guerra. Bernard Jacquelain, l’infelice protagonista de “I Falò dell’autunno”, ci restituisce l’immagine di un uomo profondamente turbato dall’esperienza della trincea. Arruolatosi allo scoppio della guerra, appena diciottenne, Bernard ritorna, quattro anni dopo, affetto dalla brama di recuperare il tempo perduto; egli  è diventato freddo nei sentimenti, dissoluto e avido di piacere; non sembra essere più la stessa persona, che i genitori pensavano di conoscere.

Intanto suo padre si mordicchiava i baffi con aria irritata e sua madre piangeva. ma che cosa s’immaginavano, Santiddio? Che sarebbe tornato tale e quale a quando era partito? Che dopo quattro anni di guerra sarebbe stato ingenuo e innocente come prima? Quattro anni…aveva il palato corroso come dal più forte dei liquori. Tutto sembra scipito, tutto era senza sapore. Del resto, niente aveva importanza. C’era un abisso tra quella gente e lui. Erano così terribilmente seri, poveracci…Lui…Oh, lui non si scomponeva. Tutto si sarebbe sistemato, niente aveva importanza. Oggi si vive, domani si muore. perciò, cinquemila franchi persi al poker  la giusta collera del bravo padre di famiglia erano quisquilie.

Bernard Jacquelain  incarna una generazione, trasformata dalla guerra 

Come migliaia di ragazzi della sua generazione, Bernard ha sacrificato la propria giovinezza agli ideali della patria, rifiutando perfino un incarico di lavoro in America, che gli avrebbe fruttato onori e soldi facili, nonché una via di fuga da un mondo in distruzione. Bernard compie una scelta eroica, rendendo molto orgogliosa la madre ma, ristabilita la pace, sarà per lui estremamente difficile tornare a condurre un’esistenza “normale”. Egli è come mosso da una smania di divorare la vita, che lo spinge a circondarsi di donne, denaro e prestigio. Il matrimonio con Thérèse, figlia di amici della famiglia Jacquelain, i Brun, sarà sempre burrascoso e dominato dai tradimenti di Bernard.

Le unioni felici sono quelle in cui gli sposi sanno tutto l’uno dell’altro, oppure quelle in cui ignorano tutto. I matrimoni mediocri si fondano invece su una semifiducia: ci si lascia sfuggire una confessione, un sospiro; si esprime un barlume di desiderio o di sogno, poi ci si spaventa; ci si tira indietro; si esclama: “Ma no, on hai capito…”; si mormora, vigliaccamente: ” Sai non dovevi prendere alla lettera quello che ho detto; ci si affretta a rimettere la maschera, ma l’altro ha visto quelle lacrime, quel sorriso, quello sguardo indimenticabile. Se è saggio, chiuderà gli occhi. Altrimenti, insisterà, si ostinerà…”.

È solo nella conclusione  del romanzo, coincidente con i primi anni della seconda guerra, che si intravede un filo di speranza. Nonostante i tragici eventi, la morte del figlio Yves e la prigionia di Bernard, Thérèse e il marito, tornato “maturato” e “migliore”, sembrano infine ritrovarsi.

Un libro di straordinaria bellezza

Irène Némirovsky ci regala un altro libro di straordinaria bellezza, capace di descrivere la sensazione di smarrimento dei reduci, la loro rabbia davanti a un massacro inutile, da cui i civili sono rimasti lontani e protetti; esprime il loro bisogno spasmodico di riappropriarsi della vita, dopo aver conosciuto così da vicino l’orrore della morte. Il ritratto di Bernard Jacquelain non viene però delineato con indulgenza dall’autrice che, anzi, lo fa emergere come un uomo dal carattere mutevole, instabile nei confronti della famiglia e della moglie. Bernard, pur avendo combattuto valorosamente in due guerre  finisce per essere un po’ un anti-eroe, in contrasto con la figura quasi mitica di Martial Brun, cugino e primo marito di Thérèse e valoroso caduto della Grande Guerra. A differenza di Bernard, il cui destino è quello di sopravvivere due volte, Martial, di cui resta solo una foto sul comodino di Thérèse, non ha mai dovuto misurarsi con il ritorno alla pace, che fa di ogni veterano, inevitabilmente, una figura inadatta, inquieta, con difficoltà di reinserimento nella società. La guerra, come dimostra perfettamente il personaggio di Bernard Jacquelain è in grado di rendere cinico e distaccato il più idealista e romantico degli uomini, cambiandolo per sempre.

Il falò come metafora di purificazione morale

I faló, che in autunno ardono purificando il terreno, appaiono in sogno alla nonna di Thérèse, la quale li mostra alla nipote, come simbolo  della prova estrema che una coppia deve superare, il tradimento, ma anche come elemento di rigenerazione morale, necessaria ad una nazione, ormai lontana da quei valori di libertà e uguaglianza su cui dovrebbe fondarsi.

Sprofondò in un sono breve e leggero  e si ritrovò in un luogo sconosciuto dove vedere Thérèse venirle incontro. Lei la prendeva tra le braccia, le accarezza il viso e le diceva…Oh, con quanta saggezza le parlava. Le spiegava il presente; le svelava il futuro. La prendeva per mano e camminavano insieme, attraverso i grandi campi in cui ardevano i falò. “Vedi” le diceva “sono i falò dell’autunno: purificano la terra, la preparano per nuove semine. Voi siete ancora giovani. Nella vostra vita, questi grandi falò non hanno ancora cominciato ad ardere. si accenderanno. Devasteranno molte cose,. Vedrete, vedrete…”.

Il disprezzo della Némirovsky per il “dramma francese”

La posizione di sdegno della Némirovsky verso la sua patria di adozione emerge anche nella frase pronunciata dalla Signora Pain:

 Accettò con finta remissività il bicchiere d’acqua di Vichy che Thérèse le porgeva e, non appena questa le girò le spalle, si alzò dal letto, aprì la finestra gettò in cortile il contenuto del bicchiere.

In quando ebrea, la Némirovsky non poteva sentirsi che doppiamente tradita dalle posizioni collaborazioniste del maresciallo Pétain, arrivando a provare un sentimento di odio e disprezzo per la Francia e i francesi. Concludo consigliando “I Falò dell’autunno”, un romanzo fondamentale, poiché offre un’importante testimonianza, dal punto di vista anche intimo e personale, dei drammi che hanno sconvolto l’Europa, segnata – a distanza di qualche decennio-  da due conflitti mondiali. Ogni volta che concludo un libro di questa autrice, provo un immensa rabbia a pensare al suo destino. Nella civile Francia, dove la famiglia Némirovsky si era stabilita nel 1919, sono stati deportati, dal 1942 al 1945, circa 75.000 ebrei.

Arrivederci al prossimo post.

Scheda del libro

Titolo: “I Falò dell’autunno”

Titolo originale: Les Feux de l’automne

Autore: Irène Némirovsky

Anno di pubblicazione: 1957

Lingua originale: francese

Edizione nella foto: Gli Adelphi

Genere: narrativa

Consigliato: sì

 



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